CAPITOLO I

La storia

Prima di essere un libro, l’I Ching è stato un gesto: interrogare il mutamento. Nella Cina degli Shang si scaldavano gusci di tartaruga finché il fuoco non li incrinava, e nelle crepe si leggeva la risposta. Da quel gesto, attraverso mille anni di mani e di annotazioni, è cresciuto il Libro dei Mutamenti: sessantaquattro figure di sei linee, ciascuna un modo in cui il mondo si trasforma.

Il nucleo più antico — le sentenze attribuite al re Wen e al duca di Zhou — ha quasi tremila anni. Attorno, generazioni di commentari: le «Dieci Ali» della tradizione confuciana, che trasformarono un manuale di divinazione in un libro di sapienza. È il testo a cui la tradizione lega una frase di Confucio: ancora qualche anno per studiarlo, e sarebbe rimasto senza grandi errori.

Gli Zhou, che agli Shang succedettero, affidarono la domanda a un altro gesto: contare steli di achillea. Come li contassero allora non lo sappiamo: il Grande Trattato, che descrive i cinquanta steli e il conto che ne esce, è di secoli posteriore, e il rito che si pratica oggi è una ricostruzione. Quel che resta è la figura: sei linee, posate dal basso, ciascuna intera o spezzata, stabile o mutante. Il libro che raccoglieva le parole da leggere accanto a quelle figure si chiamò Zhouyi, «i Mutamenti di Zhou». Lo Zuozhuan, la più antica cronaca che lo cita, lo nomina circa due dozzine di volte, in consulti fatti per le case nobili fra il 672 e il 485 a.C.; il Guoyu ne aggiunge tre; e nessuno dei due spiega mai il metodo. Sulla data del testo la filologia è più cauta della leggenda: non molto prima dell’800 a.C., con una redazione finale forse uno o due secoli più tardi, e un testo già fermo entro il 300 a.C. Quasi tremila anni, appunto.

La tradizione ha dato al libro quattro padri. Fu Xi, sovrano delle origini, avrebbe tracciato gli otto trigrammi; il re Wen, tenuto prigioniero a Youli dal re degli Shang, li avrebbe sovrapposti a due a due nei sessantaquattro esagrammi e vi avrebbe scritto le Sentenze; il duca di Zhou i testi delle linee; Confucio i commentari. Lo scrive già Sima Qian, lo storico degli Han, e con una cautela che vale ancora: che il re, prigioniero a Youli, abbia forse ampliato gli otto trigrammi in sessantaquattro esagrammi. Gli studiosi di oggi non accettano più nessuna delle quattro firme. Ma la leggenda dice il vero su una cosa: il libro è cresciuto a strati, una mano sull’altra, e ogni strato ha avuto bisogno di un nome.

Di Confucio e del libro resta un’immagine, ancora di Sima Qian: in tarda età lo lesse tanto che le corde di cuoio che tenevano insieme le tavolette di bambù si ruppero tre volte. Che abbia scritto lui le Ali, invece, la filologia non lo sostiene più. Sono sette scritti in dieci parti, composti fra il V e il II secolo a.C. da mani senza nome: i commenti alle Sentenze, le Immagini, il Grande Trattato che del gesto di contare fa una visione del mondo. Fu con le Ali che le sessantaquattro figure smisero di essere soltanto un prontuario e diventarono un modo di pensare; e quando in questa Biblioteca, sotto la Sentenza di un esagramma, leggi la sua Immagine, hai davanti i due strati insieme — il nucleo antico e il commento che ne ha fatto un libro.

Nel 213 a.C. il primo imperatore dei Qin, su proposta del cancelliere Li Si, ordinò il rogo dei libri. Ne restarono fuori i manuali di medicina, di divinazione e di agricoltura: è la porta per cui, si ritiene, passò il Libro dei Mutamenti. Settantasette anni dopo, nel 136 a.C., l’imperatore Wu degli Han lo mise in testa ai cinque classici dello Stato, e su di esso si formarono i funzionari dell’impero; Yijing, «il Classico dei Mutamenti», il nome con cui il libro gira il mondo, dice proprio questo: jing, classico. Fra il 175 e il 183 il testo fu inciso nella pietra insieme agli altri classici, su stele davanti alla porta dell’Accademia imperiale, a Luoyang. Delle stele restano frammenti; del testo, tutto.

Il Novecento gli ha restituito due testimoni che nessun commentatore aveva potuto leggere. Nel dicembre del 1973, fra i manoscritti di seta emersi a Mawangdui, presso Changsha, c’era uno Zhouyi copiato intorno al 175 a.C.: gli esagrammi vi stanno in un ordine diverso dal nostro, e lo accompagnano commentari che nessuno conosceva. Nel 1994 il Museo di Shanghai ha acquistato cinquantotto strisce di bambù scritte nello Stato di Chu attorno al 300 a.C.: un terzo del libro, con molte varianti di grafia e un testo già fermo. Chi apre oggi il Libro dei Mutamenti legge, nel suo nucleo, le parole che qualcuno a Chu ricopiava ventitré secoli fa.

Poi vennero i lettori. Wang Bi, morto nel 249 a ventitré anni, rifiutò le corrispondenze fra il cielo e le vicende umane su cui i commentatori degli Han avevano costruito le loro letture, e lesse ogni figura come una situazione su cui riflettere. Il suo commento divenne la lettura di riferimento per secoli, e nel VII secolo entrò nell’edizione ufficiale che Kong Yingda guidò per ordine dell’imperatore Taizong — commissionata nel 638, promulgata nel 653 —, il testo su cui si esaminarono i funzionari per i Tang e per quasi tutti i Song.

Furono i Song a riaprirlo in due direzioni. Shao Yong, nell’XI secolo, dispose le sessantaquattro figure in un ordine nuovo — il cosiddetto ordine di Fu Xi — che si può scrivere in fila, in un quadrato di otto per otto o in cerchio. Zhu Xi (1130–1200) ricordò invece quel che la tradizione dotta aveva quasi dimenticato: che il Libro era stato fatto, in origine, per la divinazione. Nel 1186 pubblicò lo Yixue qimeng, che ricostruisce passo per passo il rito degli steli che il Grande Trattato lasciava appena abbozzato; nel 1188 compì lo Zhouyi benyi, «il significato originale», dove le Ali tornano al posto di commento.

Le monete arrivarono molto più tardi degli steli. Il metodo delle tre monete chiede sei lanci al posto di una lunga conta, e dà una figura in pochi minuti. Non è lo stesso gesto — le linee che mutano vi escono con probabilità diverse — ma è il più semplice, ed è quello che ha fatto del consulto una cosa di chiunque. Bastano tre monete qualunque; e se sono tonde, col foro quadrato e quattro caratteri sul dritto — come quelle fuse a Pechino dal 1736 col nome dell’imperatore Qianlong — portano in mano anche un pezzo di questa storia. Tre monete, sei lanci, sei linee dal basso: il gesto non è cambiato, ed è da qui che comincia anche il tuo.

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