Come si consulta
Prima del libro c’è un gesto, e il gesto comincia da chi lo fa. Il Grande Piano, un capitolo antico del Libro dei Documenti, dice al re in dubbio su una cosa grande di consultare prima il proprio cuore, poi i ministri, poi il popolo, e solo allora la tartaruga e gli steli: l’oracolo era una voce fra le altre, e l’ultima a parlare. Chi consulta i Mutamenti fa la stessa strada in piccolo: pensa, pesa, e quando il pensiero non basta più pone la domanda e lascia che il caso scelga una figura.
Il libro stesso descrive un conto, non un lancio. Il Grande Trattato parla di cinquanta steli di achillea: se ne mette da parte uno, i quarantanove restanti si dividono in due mucchi, uno stelo si appende fra le dita e gli altri si contano a quattro per volta — i due mucchi per le due forze, lo stelo appeso a fare tre, il quattro delle stagioni. Tre di questi passaggi fanno una linea; diciotto, dice il Trattato, fanno un esagramma. Zhu Xi ricostruì il procedimento passo per passo nel XII secolo, e il suo è quello che si segue ancora.
Delle monete il Trattato non parla. Sono la via breve: tre monete lanciate insieme, e a ogni faccia un numero — qui tre alla testa, due alla croce. La somma fa sei, sette, otto o nove, e quella somma è la linea: sette e otto le linee ferme, yang e yin; nove e sei le linee che mutano. Sei lanci, una linea per lancio, e la figura è intera.
Non è lo stesso conto. Con le monete sette e otto escono tre volte su otto ciascuno, sei e nove una volta: le due linee che mutano pesano uguale. Con gli steli i pesi sono diversi, e lo yang che muta esce circa tre volte più spesso dello yin che muta. Chi conta con le monete sente dunque l’oracolo mutare un poco meno dallo yang e un poco più dallo yin — e questa casa conta con le monete, e lo dice.
Le linee si posano dal basso. La prima è la più bassa e la figura cresce verso l’alto, una linea per lancio, finché la sesta la chiude: l’esagramma nasce come un edificio, dalle fondamenta, ed è per questo che la prima linea si dice all’inizio e la sesta sopra. Qui il rito è così: lanci tre monete vere e per ogni moneta tocchi la faccia che è uscita; la pagina somma, posa la linea e aspetta la successiva. Il caso è tuo, la pagina conta.
Delle consultazioni più antiche che conosciamo — le due dozzine registrate nel Zuozhuan, fra il 672 e il 485 a.C. — nessuna spiega il metodo: gli indovini contano e non dicono come. Dicono però che cosa è uscito, e lo dicono con una formula: la figura, e poi la figura in cui una sua linea la trasforma — Guan di Pi, per dire la linea di Guan che la distingue da Pi. Nominare una linea con la figura verso cui va: la formula indicava una linea sola, e solo più tardi si lesse come il passaggio da una figura all’altra. Ma il seme della trasformazione sta lì, nelle letture più antiche che abbiamo.
Poi si legge. Prima il nome e la Sentenza, la frase che pesa la figura intera; poi l’Immagine, che dice le due nature e come ci si sta dentro. Se nessuna linea muta la lettura finisce qui: la situazione è ferma e il libro parla con la sola figura. Se una linea muta, il suo testo è la voce più precisa della risposta: dice dove sei, in quel posto e in quel momento. Il Trattato dice che il nobile, quando sta per agire, interroga il libro e la risposta gli torna come un’eco; e che il libro serve a dare fermezza alle imprese e a sciogliere i dubbi.
Quando le linee che mutano sono più d’una, la tradizione ha regole su quale pesare, e Zhu Xi dedicò un capitolo a come si passa alla seconda figura. La regola di questa casa è semplice e si dichiara: con due linee mobili comanda la più alta, perché ha già attraversato la situazione; da tre a cinque nessuna linea comanda da sola, e il peso passa alla Sentenza della figura d’arrivo; con sei si legge solo la figura d’arrivo — e per il Creativo e il Ricettivo il libro ha un testo in più, scritto per quel caso soltanto.
La figura d’arrivo è la seconda parola della risposta. Da Zhu Xi in giù la si legge come il verso del movimento: non ciò che accadrà, ma dove pende ciò che è, se le linee che si muovono finiscono la loro corsa. Così legge anche questa casa: la prima figura dice la situazione, le linee il punto in cui si muove, la seconda l’approdo — e la lettura è l’arco fra le due, con la partenza e l’arrivo che pesano uguale.
E si consulta una volta. La Sentenza del quarto esagramma, la Stoltezza Giovanile, lo dice fin dal primo strato del libro: «Al primo oracolo rispondo; chi insiste, importuna — e non ha risposta». Non è un divieto, è un consiglio: la seconda domanda sulla stessa cosa non interroga il libro, interroga la propria voglia di un’altra risposta. Qui perciò una moneta toccata male si corregge, finché la linea dopo non si posa; ma la linea posata non si ripensa — lo sbaglio di trascrizione si rimedia, il ripensamento no. Finché la sesta linea non si posa si può ancora ricominciare da capo, perché nessuna risposta è stata data; nata la figura, quella domanda è spesa e il rito non si riapre per lei. La domanda ha il suo lancio e il lancio la sua figura; la figura si legge, e si tiene.